Parrocchia Villapinta

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Alleanza coniugale nella Bibbia

BIBBIA

L’ALLEANZA CONIUGALE NELLA BIBBIA
Marc Rastoin S.I.
(Civiltà Cattolica 2012 II 463-471)


Nella Bibbia la realtà coniugale è presente dappertutto nel suo aspetto luminoso, come nelle sue ambiguità e nelle sue prove. Letta alla luce della fede, essa a poco a poco ci mette davanti agli occhi racconti meravigliosi e diverse storie drammatiche, ciò che costituisce una coppia unita di fronte alle prove che la minacciano: una coppia fondata sulla parola, aperta alla vita e capace di fedeltà a immagine di un Dio fedele.

Persone simili a noi
La Bibbia ci parla di coppie che si amano, ma ci racconta anche la storia di quelle che si dividono. Non ci risparmia adultèri e stupri, gelosie e violenze. Ci introduce in un mondo che non è diverso dal nostro. Ed è bene, perché ci racconta la storia di esseri umani che sono simili a noi nelle loro aspirazioni come nelle loro fragilità, e che possono dirci ancora qualche cosa nel XXI secolo. Noi crediamo che la Bibbia ci istruisca veramente, non soltanto quando ci parla di Dio, ma anche quando ci parla dell’essere umano, di ciò che egli è e di ciò che egli spera. Ci insegna non raccontandoci sempre storie edificanti, ma mettendo a nudo la realtà del cuore dell’essere umano, che è fragile e tuttavia creato a immagine di Dio: «A immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gn 1,27). Gli uomini della Bibbia sono simili a noi, ed è bello, perché condividono le nostre gioie più profonde (amare con passione, attendere un figlio, ricevere affetto) come le nostre pene (soffrire per un tradimento, perdere un figlio, essere umiliato), Il biblista Pani Beauchamp scrive: «Le Scritture ci parlano in modo eloquente dei peccatori non meno di quanto lo facciano per i santi, e ciò è insostituibile».

In principio la Parola
La prima realtà che fonda una coppia è la parola: la parola scambiata nelle promesse e la parola che alimenta la lode e la comunione. Si tratta di una parola vera, esigente, a volte faticosa, dove, come nella preghiera, ci si può dire tutto. Una donna che soffre di non avere figli può gridare: «Dammi dei figli, se no io muoio!» (Gn 30,2), mentre un’altra può cantare la bellezza del suo amato: «Come sei bello, amato mio, quanto grazioso!» (Ct 1,16). Come una pianta muore se non è innaffiata, così una coppia muore se non si parla. Con la parola Dio ha creato tutto, e con la parola gli esseri umani si impegnano l’uno verso l’altro e possono conservare la fedeltà. Questa fiducia fondamentale nel valore della parola attraversa tutta la Bibbia e si trova anche nel cuore della visione cristiana della coppia. Una coppia nasce a partire da una parola libera: questo è vero nel primo «sì», come in tutte le comunicazioni che scandiranno da quel momento in poi la vita di questa coppia.
Il tempo del fidanzamento è anzitutto quello in cui si stringe un’alleanza libera. li profeta Geremia canta felicemente questo tempo fondatore: «Così dice il Signore: Mi ricordo dite, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto» (Ger 2,2). Di fronte a un amore che si è raffreddato, il Signore si paragona a un marito fedele che evoca con passione un nuovo viaggio di nozze con la sua sposa: «Perciò, ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. […] Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza» (Os 2,16-17). Parlare, rispondere: il dialogo è nel cuore della coppia come è nel cuore della fede. Lo scambio di parole è come l’unione dei corpi. Così Giacobbe incontrò Rachele vicino al pozzo e «Giacobbe si innamorò di Rachele» (Cn 29,18). La Scrittura ci dice che, per poterla sposare, «Giacobbe servì sette anni per Rachele: gli sembrarono pochi giorni, tanto era il suo amore per lei» (Gn 29,20). L’amore vero è costante e dà un valore diverso al tempo.

La bontà del creato
All’origine Dio, creando l’essere umano come un essere sessuato, esclamò che “era cosa molto buona” (Gn.1,31). Se la nostra cultura cristiana è segnata da una visione a volte ancora negativa del corpo, ereditata da una certa filosofia greca e trasmessa nei nostri Paesi da una corrente molto moralizzatrice, occorre ripetere con forza che la sessualità appartiene alla bontà della creazione divina. Proprio perché il corpo è nobile, bisogna averne cura.
Ciò che facciamo con il nostro corpo riguarda le radici del nostro essere, poiché noi siamo un essere che non si può tagliare in due. San Paolo lo dice con forza ai corinzi: «Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? […] Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo?» (1 Cor 6,15.19). Gesù, quando parla del matrimonio, ritorna alle prime righe della Genesi, per dire che l’unione dell’uomo e della donna è una cosa buona che bisogna rispettare: «Il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: “Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una cosa sola”. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto» (Mt 19,4-6). L’unione stabile dell’uomo e della donna appartiene al disegno primitivo di Dio.

Un testo fondante
Un testo della Genesi (Gn 2,24) è fondamentale per comprendere la visione biblica della coppia. In una società patriarcale, dove un matrimonio spesso suggellava l’unione di due famiglie, dice che l’uomo deve unirsi anzitutto alla sua donna. La prima lealtà e l’affetto del marito devono andare a sua moglie. «Unirsi» è un verbo molto forte, che è usato anche nella relazione con Dio stesso (cfr Dt 10,20) e che implica un impegno affettivo e insieme concreto. Così l’istituzione del matrimonio è fondata nella volontà stessa di Dio creatore.
Unione non significa fusione: ognuno rimane quello che è con la sua storia e le sue fragilità, ma i due sono ormai una nuova realtà e daranno la vita a un nuovo essere, il figlio, il quale è come il segno visibile e concreto, dell’amore coniugale. Il libro della Genesi racconta a lungo come l’uomo debba veramente separarsi dai suoi genitori e come la donna debba veramente riconoscere il ruolo del marito in quel miracolo rinnovato che è la nascita.
Di fatto, dopo aver mostrato la bontà della prima coppia, la Bibbia evoca chiaramente il male che si introduce in questa relazione: Adamo vuole imporre il suo dominio senza rispettare sua moglie, mentre Eva ricorre alla sua maternità per mettere da parte il suo sposo; infatti, dopo aver partorito Caino, grida: «Ho acquistato un uomo grazie al Signore» (Gn 4,1), mettendo così in secondo piano il ruolo di suo marito. Sì, ogni figlio viene da Dio, ma sul piano umano viene da una coppia, e tocca alla donna, alla maternità visibile, attribuire il suo ruolo al padre, la cui paternità invisibile è altrettanto decisiva. Non dobbiamo trarre nessuna conclusione dal fatto che nel racconto la donna è creata come seconda, poiché questo è scritto per radicare l’origine comune dell’uomo e della donna in Dio. San Paolo più tardi dirà: «Nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo è senza la donna. Come infatti la donna deriva dall’uomo, così l’uomo ha vita dalla donna; tutto poi proviene da Dio» (1 Cor 11,11-12).

Abramo e Sara
La Genesi racconta la storia di diversi fratelli, ma nel racconto sono presenti anche diverse coppie: Adamo ed Eva senza dubbio, ma soprattutto Abramo e Sara. Abramo è il primo dei credenti, e il suo percorso è necessariamente esemplare. Anche se allora la poligamia era tollerata, Dio lo chiama a un’unione radicale con la sua unica vera sposa. Il primo desiderio di Abramo è di avere dei figli. Questa è certamente la prima benedizione di ogni comunità umana. Accogliere un bambino nel mondo è già fare un atto di fede, quella fede elementare che la vita vale la pena di essere vissuta. In un mondo segnato dalla violenza e dalla malattia, gli esseri della Bibbia sanno che la prima benedizione è quella della vita. Si comprende perché la sterilità sia la prima prova della coppia. Infatti, come per affermare che ogni nascita è un piccolo miracolo, le donne-chiave della Bibbia spesso sono sterili. Allora per lo sposo è grande la tentazione di cercare di dare la vita altrove.
Abramo cede a questa tentazione. Ma a poco a poco Dio gli fa capire che avrà un figlio con la sua sposa Sara — e soltanto con lei —, e non con schiave o con altre spose. Il solo figlio legittimo è quello nato dalla sposa, Isacco.
Per aiutare Abramo a considerare sua moglie come un partner a pieno titolo, Dio ristabilisce il suo primo nome, Sara, togliendo il suffisso possessivo che Abramo usava, «Sarài» («mia principessa»): «Quanto a Sarài tua moglie, non la chiamerai più Sarài, ma Sara. Io la benedirò e anche da lei ti darà un figlio» (Gn 17,15). La storia di Abramo e di Sara è in modo mirabile la storia della costituzione di una coppia. Abramo impara a superare il suo egoismo, che a volte gli fa usare la bellezza di Sara per proteggersi dalle sue paure (cfr Gn 12,10-20). Sara impara a non barare con il suo desiderio di avere un figlio ad ogni costo (cfr Gn 16). Abramo e Sara sono una coppia che impara a separarsi dalla famiglia di origine, a rispettare l’altro e a farlo passare in primo piano, e impara che la fecondità si può vivere soltanto in una decisione comune.

Le parole della Sapienza
Dopo che nei primi capitoli della Bibbia era stata presentata la cornice fondamentale della coppia umana, i sapienti di Israele hanno riflettuto su ciò che costituisce l’armonia di una coppia. Essi raggiungono allora l’antica sapienza dell’umanità. Credenti e non credenti si trovano così sul terreno in cui l’esperienza ha la prima parola. In effetti, non si può non essere d’accordo con quel Gesù, figlio di Sira, quando dice: «Di tre cose si compiace l’anima mia, ed esse sono gradite al Signore e agli uomini: concordia di fratelli, amicizia tra vicini, moglie e marito che vivono in piena armonia» (Sir 25,1). La sapienza insegna a non basarsi eccessivamente sulla bellezza, ma a valorizzare anche il buon senso e l’intelligenza. Allora il saggio vuole esaltare la donna piena d’intelligenza e d’inventiva: «Una donna forte chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore. In lei confida il cuore del marito» (Prv 31,1O-11).
Egli invita l’essere umano a non lasciarsi ingannare dalla fantasia e a credere che l’erba del vicino sia più verde. Invita l’uomo sposato a riscoprire sua moglie e a «bere l’acqua della sua cisterna» (cfr Prv 5,15). La donna a sua volta è invitata a stimare il marito in funzione della sua fede e della sua rettitudine. Così il saggio Abigàil riconosce più di Mical il valore di Davide: «Non si troverà alcun male in te» (cfr 1Sam 25,28). La stima reciproca e i valori comuni sono un cemento importante per ogni coppia.

Il desiderio di un «sempre»
La vita di una coppia è cosparsa di prove. Chi non lo sa? Spesso per l’uomo fornito di potere e di ricchezza è grande la tentazione di abbandonare la donna della sua giovinezza e di prendere una giovane bellezza per illudersi e così negare la sua mortalità. Questa antica tentazione è stata il grande peccato di Davide divenuto re, peccato che lo indusse a prendere la moglie del suo fedele servitore Uria l’Ittita e figlia di Eliàm, un altro dei suoi validi guerrieri (cfr 2 Sam 11). A poco a poco i profeti hanno parlato sempre più severamente contro tali pratiche. Va da sé che a volte — anche se allora avveniva più raramente — era la donna che lasciava suo marito. In questo ambito si deve comprendere il movimento che porterà a vedere il divorzio come una pratica detestabile. Non si trattava in primo luogo di condannare separazioni che, allora come oggi, possono essere necessarie quando le debolezze e le fragilità di un essere fanno pesare sull’altro un carico troppo grande di sofferenza e ne mettono in pericolo la salute fisica e a volte mentale... L’ultimo dei profeti, Malachia, esclama allora: «Il Signore è testimone fra te e la donna della tua giovinezza, che hai tradito, mentre era la tua compagna, la donna legata a te da un patto. Non fece egli un essere solo dotato di carne e soffio vitale? Che cosa cerca quest’unico essere, se non prole da parte di Dio? Custodite dunque il vostro soffio vitale e nessuno tradisca la donna della sua giovinezza» (Ml 2,14-15).
Gesù si riferirà a tale tradizione profetica . Questo lo condurrà a pronunciarsi in modo inequivocabile sul divorzio: «E disse loro: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio”» (Mc 10,11-12). Queste parole suscitarono un grande stupore tra i discepoli e grandi discussioni tra i cristiani, allora come oggi. Ancora prima della stesura dei Vangeli, Paolo trasmetterà ai corinzi lo stesso insegnamento: «Agli sposati ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito — e qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito—, e il marito non ripudi la moglie» (1 Cor 7,10-1 1). Sappiamo tutti come, nell’attuale contesto culturale, queste parole siano difficili da comprendere, ma chi può negare la quantità di sofferenze provocata da tanti divorzi? Ogni cuore umano porta in sé un desiderio di amare che non si pone limiti di tempo e tende a un «sempre».

La parola della Croce e il perdono
L’impegno cristiano nel matrimonio non è una garanzia che Dio offre a una coppia per evitarle la fatica dell’amore nel quotidiano o le prove. Il sacramento consiste nel dire «sì» con la fiducia che Gesù ha avuto nel Padre, lui che «non fu “sì” e “no”, ma in lui vi fu il “sì”» (2 Cor 1,19). Non è un atto «magico», una garanzia impressa una volta per tutte, ma la volontà di vivere la fatica dell’amore, che è la fatica della fede nel corso dei giorni. Significa che, come cristiani, noi viviamo della fedeltà di Cristo e vogliamo inserirci in questa fedeltà. Nel sacramento è dato a ciascuno di accettare la parola dell’altro e di avere fede in essa, in ciò che la oltrepassa e che è il fatto che Dio approva e incoraggia questo desiderio di fedeltà assoluta sino alla fine. Noi crediamo che la logica stessa dell’amore umano, e della gioia che lo accompagna, ci spinge a questa parola, a questo dono radicale di sé e del proprio avvenire. Ora, volendo donarsi sino alla fine, non si può evitare la notte, la prova, l’assenza di sentimento. Il nome di queste prove radicali è la Croce, che nessuno può evitare.
Dice Gesù: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24). Come avanzare in questo cammino? Non c’è altra via che quella dell’umiltà e del perdono. Così dice san Paolo: «Rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi cli un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi» (Col 3,12-13). La via dell’amore passa attraverso la prova della Croce, ma la fiducia data e il perdono scambievole fanno crescere la gioia della fedeltà.

Un ‘alleanza reciproca
Nella Bibbia si trova il Cantico dei Cantici. Questo testo sorprendente canta l’amore quasi eterno di due giovani che si amano. L’uomo e la donna prendono la parola alternamente, per cantare la bellezza del loro amato. Il desiderio del possesso amoroso è enunciato con una formula concisa: «U mio amato è mio e io sono sua» (Ct 2,16), che può fare eco all’espressione classica con cui è indicata l’alleanza fra Dio e il suo popolo: «Saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio» (Ez 11,20). La formula è enunciata in modo simmetrico, perché sia ben sottolineata la reciprocità di questo amore: «Io sono del mio amato e il mio amato è mio» (Ct 6,3).
Anche nel Nuovo Testamento la coppia unita nella fede è considerata la migliore immagine dell’amore di Cristo per la sua Chiesa: «Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne. Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa» (Ef5,31- 32). Paolo scrive: «Il marito dia alla moglie ciò che le è dovuto; ugualmente anche la moglie al marito. La moglie non è padrona del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo anche il marito non è padrone del proprio corpo, ma lo è la moglie. Non rifiutatevi l’un l’altro» (1 Cor 7,3-Sa). Paolo insiste su questa reciprocità nel dono scambievole.
Ugualmente il veggente dell’Apocalisse fa parlare così Cristo: «Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20). In questa eco biblica finale si scorge la visione di una coppia al tempo stesso molto unita e reciprocamente rispettosa. Infatti si esprimeva così l’amata del Cantico, che attendeva pazientemente la venuta del suo amato: «Mi sono addormentata, ma veglia il mio cuore. Un rumore! La voce del mio amato che bussa; “Aprimi!”» (Ct 5,2).
Il gioco del dominio generato dal peccato, di cui parlava la Genesi — «Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà» (Gn 3,16) — è risanato da un amore che si offre interamente e non trattiene nulla: «Io sono del mio amato e il suo desiderio è verso di me» (Ct 7,11). La reciproca appartenenza e il desiderio si possono vivere senza dominare e senza manipolare, nella gioia del dono.

Amare fino alla fine?
La Bibbia offre così tesori di sapienza per chi vi sa cercare parole di vita per la coppia. Le parole esigenti di Cristo, radicate nella tradizione profetica, esprimono l’ideale e la sua fedeltà nel Getsemani all’amore che egli aveva verso colui che chiamava «Abbà, Padre». Ci dice che l’essere umano è capace di tale amore. E’ stato creato libero a immagine di un Dio libero. Soprattutto è stato creato capace di amare «fino alla fine», a immagine di Dio che ci ha amato fino alla fine: «Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1). Il credente sa che le prove non mancheranno, ma sa pure che con lo Spirito di Cristo tutto è possibile. Una coppia unita per la vita in un amore che cresce in una comunione più stretta può sembrare un’utopia. Ma noi sappiamo che questa è la via della gioia, e anche a noi Gesù dice: «Tutto è possibile per chi crede» (Mc 9,23).

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