Parrocchia Villapinta

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Elia, profeta di fuoco

BIBBIA

Elia profeta di fuoco
1Re 19,1-14


Dal primo libro dei Re (19,1-14)
1) Acab riferì a Gezabele ciò che Elia aveva fatto e che aveva ucciso di spada tutti i profeti. 2) Gezabele inviò un messaggero a Elia per dirgli: «Gli dei mi facciano questo e anche di peggio, se domani a quest’ora non avrò reso te come uno di quelli». 3) Elia, impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi. Giunse a Bersabea di Giuda. Là fece sostare il suo ragazzo. 4) Egli si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire, disse: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». 5) Si coricò e si addormentò sotto il ginepro. Allora, ecco un angelo lo toccò e gli disse: «Alzati e mangia!». 6) Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi tornò a coricarsi. 7) Venne di nuovo l’angelo del Signore, lo toccò e gli disse: «Su mangia, perché è troppo lungo per te il cammino». 8) Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb.
9) Ivi entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco il Signore gli disse: «Che fai qui, Elia?». 10) “Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita». 11) Gli fu detto: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore». Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto.
12) Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. 13) Come l’udì, Elia si copri il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: «Che fai qui, Elia?». 14) Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita».


Ambientazione
•Con l'avvento della monarchia sorge anche il fenomeno profetico. Alcuni profeti agivano anche presso la corte dei re stimolando sia i sovrani che i semplici fedeli all'osservanza del patto dell'alleanza. E, come è facile intuire, il rapporto con i potenti non era semplice per nessuno, come vedremo nel caso di Elia.
•Tra i profeti ce ne sono alcuni dei quali la Bibbia ci tramanda i testi delle loro profezie, ma poco ci racconta della loro vita, e altri invece di cui molto sappiamo circa la loro vita ma poco di ciò che hanno scritto.
Elia è uno di questi: profeta di fuoco, ardente di zelo per il Signore, di lui conosciamo la sua azione profetica, anche se non ci sono stati conservati i testi scritti delle sue profezie. Sembra quasi che la Bibbia ci presenti la sua vita come «profezia».
•Altri profeti vennero prima di lui, ma essi, pur nelle difficoltà, agirono sempre nel contesto di una fede jahvista, invece qui si trattava di difendere lo stesso principio di esistenza etnica, culturale e religiosa del suo popolo. Elia lottò affinché fosse riconosciuto che non c'è altro Dio al di fuori di Jahvè.
La sua importanza è quindi enorme.
Infatti, prima di allora, gli Israeliti credevano che il loro Dio fosse superiore a tutti gli altri, non temevano confronti, ma non è certo che rifiutassero di pensare all’esistenza di altri dei.
Si deve proprio ad Elia questo progresso nella fede.
•I precedenti di questo racconto sono noti. Elia aveva convocato tutti i falsi profeti sul monte Carmelo, aveva organizzato una ordalia, specie di giudizio di Dio, ed avendo vinto, aveva sollevato contro di loro la collera del popolo e li aveva fatti trucidare. Quando la regina Gezabele venne a sapere quello che era successo, giurò di catturare il profeta e di fargli fare la stessa fine.


La struttura del brano
— La fuga di Elia (vv. 1-3)
— Lo sconforto di Elia (vv. 4-5a)
— Il conforto di Dio (vv. 5b-8)
— La teofanìa sull’ Oreb (vv. 9-18)


I dettagli del racconto
La fuga di Elia (vv. 1-3)
v. 1: Acab riferì alla moglie Gezabele ciò che aveva fatto Elia, sul monte Carmelo, come aveva vinto la sfida con i falsi profeti e come li aveva sconfitti militarmente.
v. 2: Ma la regina si infuriò e mandò il suo messaggero a dire al profeta: «Gli dèi mi facciano questo e anche di peggio se domani a quest’ora non avrò reso te come uno dei sacerdoti uccisi».
v. 3: Impaurito Elia fugge per mettersi in salvo. Giunse a Bersabea di Giuda, ossia al fondo della terra di Israele. Là fece sostare il suo giovane servo. Nella fuga era dunque accompagnato da quel servitore che sul Carmelo aveva visto la nuvoletta piccola come mano d’uomo, segno della pioggia imminente (cf i Re 18,44), ma a un tratto non sopporta più neppure la sua presenza, probabilmente perché è giunto al sommo dello sconforto. Ci sono ore della vita in cui l’angoscia è tanto grande da non riuscire a condividerla con nessuno; soltanto la solitudine può lasciarla macerare nell’attesa che il Signore intervenga.
— Lo sconforto di Elia (vv. 4-5a)
v. 4: Egli si inoltrò nel deserto una giornata di cammino. Elia continuava ad andare avanti nel deserto e sembrava che avesse a procedere come un automa, preoccupato solo di fuggire nella direzione opposta a Izreèl, dove si trovava Gezabele.  Era terrorizzato, smarrito ed impaurito. Dopo aver camminato a lungo, senza mangiare, per non essere bruciato dal sole implacabile del deserto, si gettò a terra sotto quel poco di ombra che riuscì a trovare, e si dichiarò vinto, stanco di combattere per il Signore e desideroso di morire.
v. 5a: Si coricò e si addormentò sotto il ginepro. La fatica e la spossatezza presero il sopravvento sull’angoscia e concedettero un poco di ristoro al fuggitivo che si addormentò. Il sogno era anche il luogo delle rivelazioni divine. Veniamo così introdotti nella fase successiva.
Il conforto di Dio (vv. 5b-8)
v. 5b: Il profeta che si addormenta desideroso di morire viene svegliato da un angelo di Dio, che lo invita ad alzarsi e a mangiare, ossia a reagire.
v. 6: A poco a poco guarisce dalla depressione. Egli guarda, vede una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio d’acqua. Vede quello che avrebbe visto in una casa. In quel deserto non è davvero solo, è quasi come a casa sua. Poteva davvero ristorarsi per proseguire il cammino.
V.7: La ripetizione della scena le conferisce maggiore forza espressiva: non si è trattato di un sogno, di un’allucinazione, ma di un reale intervento divino.
v. 8: Con la menzione dei quaranta giorni e delle quaranta notti, Elia viene assimilato sempre più a Mosè (cf Es 24,18). Anche il profeta smarrito e scoraggiato ritrovava il coraggio di riprendere il cammino come gli aveva intimato il Signore.
— La teofania sull’Oreb (vv. 9-18)
v. 9: Elia nella caverna ripete il gesto di Mosè. La caverna, infatti, ricorda la cavità della rupe di cui ci parla il libro dell’Esodo (Es 33,21-22). Attraverso la conduzione misteriosa di Jahvè, il profeta percorre i cammini del grande condottiero del popolo eletto, ritornando alle origini dell’alleanza.
«Che fai qui, Elia?». Finalmente il Signore parla! Era tanto tempo che non parlava al suo servo; nel momento in cui Elia fuggiva stanco e disperato, aveva mantenuto il silenzio, pur inviandogli l’angelo a confortano. Mentre il profeta era debole, esaurito, fiaccato dalla delusione, Jahvè non l’aveva rimproverato. Ora che si è rinfrancato, il Signore comincia a scuoterlo.
v. 10: Elia risponde manifestando la sua desolazione a motivo del popolo che ha abbandonato l’alleanza con Dio, che ha demolito i luoghi di culto ed ha ucciso i profeti. Il profeta è convinto che la vera religione è ormai morta. Però la risposta ci rivela la supponenza del profeta che si ritiene l’unico fedele rimasto.
v. 11: Il Signore dopo averlo aiutato a chiarire la vera ragione di tanta desolazione interiore lo invita a mettersi in ulteriore attesa. Elia si era definito come uno che stava alla presenza di Jahvè (1 Re 17,1), ebbene, egli deve ritrovare questa grazia fondante, quella degli inizi, del primo entusiasmo.
vv. 11b-12: «Ecco il Signore passò». Un’altra espressione celebre nella storia biblica, che ricorda il passaggio del Signore nella notte di Pasqua (Es 12,12.23). Elia viene ricostituito nella sua forza interiore ritornando non solo all’alleanza sinaitica, ma anche a quella pasquale.
Il vento, il vento leggero, rievoca quella «brezza del giorno» al  soffio della quale Dio passeggiava nel giardino (cf Gn 3,8). L’autore biblico gioca qui con simboli ben conosciuti per sottolineare concretamente come Elia viene rifatto dal Signore attraverso il ritorno alla Pasqua, all’alleanza sinaitica, e addirittura al paradiso terrestre, al primo contatto dell’uomo con Dio.
v. 13: Proprio come Mosè di fronte ai roveto ardente (Es 3,6) anche Elia si copre il volto.
vv. 13b-14: La domanda del Signore e la risposta di Elia ripetono quella del versetto 10, perché Jahvè vuol far prendere coscienza al profeta della sua errata interpretazione della situazione: «Che fai qui, Elia?».
vv. 15-17: Dopo la risposta, Dio pronuncia l’oracolo che comprende anzitutto tre incarichi di unzioni; egli non discute direttamente con Elia ma gli dà nuovamente fiducia: tre unzioni sacre che pongono fine alla missione del profeta Elia.
I tre consacrati vendicheranno Dio, una maniera un po’ rozza per riaffermare che la storia non sfugge alle mani di Dio.
v. 18: Finalmente, l’ultima parola di Jahvè mette in scacco tutta l’interpretazione storico-salvifica di Elia a motivo della quale era caduto nella desolazione. Israele non è alla fine, fa ancora parte nel disegno di Dio. Jahvè, infatti, lascerà sopravvivere settemila persone, attestando che non ha ripudiato il suo popolo..

La parola chiave
Le parole chiave potrebbero essere due: l’invocazione amara del profeta: «Ora basta, Signore, prendi la mia vita» e il comando dell’angelo: «Alzati e mangia!». Tutta la vicenda appare infatti riassunta nel senso di smarrimento del profeta che viene superato grazie alla forza datagli da quel cibo.


Cosa dice di Ella e di noi
•La fuga di Elia appare inspiegabile. Egli aveva trionfato sui
profeti di Baal, sia con il miracolo, sia con la violenza guerriera che li aveva sterminati. Inoltre, era riuscito a convincere anche il re della sua potenza, prevedendo la pioggia così come aveva previsto la siccità all’inizio del capitolo 17. Il capitolo 18 ce lo presenta come un benefattore del paese, per la cui intercessione era terminata la lunga carestia e la pioggia era caduta a dirotto. Poi, in un impeto di coraggio si era messo a correre a piedi davanti al veloce carro di Acab, fino a Izreèl — la tana del leone! — e con una forza sovrumana aveva battuto i cavalli giungendo per primo alla reggia, sotto gli occhi di Gezabele.
Appare perciò difficile comprendere il motivo per cui improvvisamente Elia si spaventa della donna e fugge, alla stregua di un perdente, mentre invece era stato un vincitore.
•Forse Elia è rimasto deluso perché sperava nella conversione della regina? Dal momento che Acab, in fondo, era strabiliato dal prodigio sul monte Cannelo e non l'aveva punito per l'uccisione dei profeti; che gli era riconoscente per la pioggia e credeva che anche Gezabele avrebbe riconosciuto in lui il profeta di Dio. Il fatto che la donna non cambia per nulla il suo atteggiamento e lo minaccia, gli causa sofferenza. Si aspettava che Dio cambiasse il cuore della regina e, non avendo alcun riscontro in proposito, si abbatte e viene meno. Forse, pensa addirittura che Jahvè l'ha abbandonato, che l'ha illuso, che gli ha fatto sperare in quella vittoria piena che non si è verificata. Elia appare deluso da Dio e deluso di se stesso. Così, le forze crollano, la paura lo invade, l'angoscia lo stringe, lo opprime e non ne può più.
•Il profeta appare anche ingenuo, perché non capisce che se Gezabele voleva davvero ucciderlo non gli avrebbe inviato un messaggero ma un sicario e senza alcun avvertimento.
Di fatto, la regina sembra giocare di astuzia per farlo fuggire. L’espediente riesce ed Elia, depresso ed affaticato, cade nella trappola, si lascia spaventare. Egli fugge, dunque, un po’ inspiegabilmente per un uomo di quella statura spirituale.

Cosa dice di Dio
•La fuga del profeta, che storicamente è dovuta alla paura della morte, quindi al sentimento più istintivo e più egoistico dell'uomo, un sentimento irrazionale, quasi invincibile, proprio di ogni animale, diventa per il Signore un' occasione provvidenziale di ricupero. La bellezza di questo racconto sta nel fatto che Dio interviene nel momento della paura, del cedimento nervoso, del crollo psichico, nel momento della maggiore umiliazione di Elia perché sa sempre come riportarlo a casa e come ricostruirlo con amore. In altre parole, mentre l'uomo teme, forse anche troppo in certe situazioni, Dio non teme nessuno dei mali del mondo, nessun peccato, non teme nemmeno le nostre paure.
•Infatti, questo racconto ci rivela anche una pedagogia di Dio verso l'uomo: mediante il sonno e il cibo, con amore e senza rimproveri lo cura adagio adagio, invitandolo a lasciarsi ristorare dalle risorse naturali. Il Signore consola sempre con amore, non deprime i suoi servi amareggiati con parole severe: perché sei fuggito tu che eri il mio profeta? perché hai dubitato di me?
•Elia allora comprende che il suo fuggire impazzito aveva una meta nella mente di Dio. Egli è certamente ritemprato nel fisico dal sonno, dal pane e dall'acqua; ma è rinfrancato anche dall'angelo che gli parla di un cammino da compiere, di un cammino positivo, anche se il traguardo è lontano. Elia non ha più paura. Probabilmente intuisce che andrà dove è nato il primo patto, dove Jahvè ha dato forza a Mosè: l'Oreb, o Sinai. Così comprende che la sua non è più una fuga, un tradimento, bensì una ricerca delle origini del monoteismo, un ritorno alla purezza della fede di Israele, una rinascita, una rigenerazione, per ricominciare di nuovo nel luogo da cui avevano cominciato gli antichi padri sul monte santo, sul monte di Dio.
•La notte del profeta, la prova, si è precisata; non è tanto una prova che riguarda la sua persona, ma anzitutto il popolo e quindi Dio. Il Signore a poco a poco porta allo scoperto il motivo vero della grandissima sofferenza del profeta: essa proveniva dalla convinzione che la vera religione fosse morta, che la fede in Jahvè fosse definitivamente spenta in Israele e che Jahvè avesse abbandonato la sua causa, i suoi altari, il suo popolo.
•Interpretazione dei segni. I segni non sono necessariamente la presenza di Dio, bensì della sua presenza e richiamano altri grandi eventi salvifici: Jahvè è vicino, sta venendo, come venne nella Pasqua, sul Sinai, come venne incontro ad Adamo nel giardino. Forse, il vento leggero simbolizza l'intimità con la quale Jahvè si intrattiene con i suoi profeti. Dio sembra ribattezzare Elia riconducendolo ai grandi eventi della storia della salvezza e vuole privilegiare soprattutto la teofania della dolcezza, della familiarità, del rapporto intimo amichevole e sponsale.

Riflessioni
•Questo tratto di Elìa per un aspetto ci sorprende, dall'altro ce lo avvicina, ci permette di cogliere tutta la sua passibilità umana. L'esperienza ci insegna che non di rado il colmo del successo prelude a un crollo nervoso; ci impegniamo, ci tendiamo con tutte le energie per raggiungere un determinato risultato, ma una volta ottenutolo, le forze non reggono più.
•Probabilmente abbiamo sperimentato questo tante volte anche noi quando, dopo aver creduto di riuscire dove altri avevano fallito e dopo esserci impegnati con tutta la buona volontà, ci siamo accorti di non aver risolto nulla, di non aver cambiato la situazione.
•Notate anche che chi pensa in questo modo, Elia per primo, sottintende sempre: «Io però ti sono rimasto fedele, Signore», «Sono rimasto solo». E una lamentela che da una parte riguarda la sconfitta apparentemente subita da Dio, mentre dall' altra fa intendere che io sono l'unico capace di giudicare la differenza tra il passato e il presente.


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